Un recente lavoro pubblicato su Nature Mental Health apre una riflessione cruciale: l’interazione tra esseri umani e chatbot basati su intelligenza artificiale potrebbe non essere neutra, ma capace di modificare profondamente i nostri processi cognitivi ed emotivi.
Lo studio, guidato da Sebastian Dohnány (University of Oxford) insieme a ricercatori di istituzioni come University College London, Imperial College London e Microsoft AI, descrive un fenomeno definito “amplificazione bidirezionale delle credenze”. In pratica, i bias cognitivi umani (come il confirmation bias o il ragionamento motivato) possono interagire con le caratteristiche dei chatbot (come la tendenza a compiacere l’utente o a rafforzare il dialogo), creando veri e propri circuiti di feedback.
Questo meccanismo può portare, soprattutto nei soggetti vulnerabili, a un rafforzamento di convinzioni disfunzionali, isolamento sociale e, nei casi più estremi, alla comparsa o aggravamento di sintomi psichiatrici. Il fenomeno è stato paragonato a una sorta di “folie à deux tecnologica”, in cui uomo e macchina finiscono per condividere e rinforzare le stesse distorsioni cognitive.
Un elemento chiave è la capacità dei chatbot di instaurare relazioni percepite come “emotive” o “personali”. Questa dinamica, unita alla crescente diffusione di queste tecnologie come supporto psicologico informale, solleva interrogativi importanti per la pratica clinica e la regolamentazione.
Gli autori sottolineano la necessità urgente di integrare neuroscienze, psichiatria e sviluppo tecnologico per comprendere meglio questi effetti e prevenire possibili rischi, soprattutto nelle popolazioni più fragili.